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Il santuario di Maria Santissima del Rosario di Tagliavia sorge nella località omonima appartenente alla diocesi di Monreale, ubicato nell’omonima contrada del Comune di Monreale, tra Marineo e Corleone, lungo il percorso corrispondente alla primitiva Magna Via Francigena che da Palermo conduce ad Agrigento.
Il luogo di culto si eleva approssimativamente a metà percorso della Provinciale 42 che collega Piana degli Albanesi a Corleone sulla direttrice N - S. Nell'area confluiscono le strade campestri provenienti da Marineo, Godrano, Mezzojuso, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela, San Cipirello e Ficuzza.
La località corrisponde all'antico feudo di Rahalmia, documentato in un decreto di Guglielmo II di Sicilia nel 1182.
La storia racconta che nell'area adibita prevalentemente a pascoli e colture di cereali, i fratelli Lo Jacono, allevatori e affittuari del feudo Strasatto, nel rimuovere un cumulo di sassi coll'intento di costruire ovili e recinti, si imbatterono in una lastra d'ardesia squadrata rimasta sepolta per un tempo indefinito. Con sorpresa, rivoltato il blocco di pietra, scoprirono che la faccia levigata era servita ad un ignoto pittore, come supporto per dipingere un'immagine della Vergine del Rosario.
La superficie riporta la Vergine Maria raffigurata nell'atto di donare il Rosario a San Domenico di Guzmán, mentre il piccolo Gesù in braccio alla Madre, porge una corona di spine a Santa Caterina da Siena genuflessa.
Con l'esposizione del dipinto, dapprima su un cumulo di pietre, in seguito in un ricovero di fortuna, hanno inizio le pratiche di venerazione e di culto che richiamano una piccola comunità di romiti e folle di devoti.
Il soggetto dell'icona, opera di un discreto artista, prende spunto dal tema trattato dal pittore fiammingo Van Dyck nel quadro palermitano dipinto su commissione dell'Oratorio del Rosario di San Domenico dal titolo Madonna del Rosario. La celebre opera sostituiva, nel contesto del ritrovamento delle spoglie di Santa Rosalia e affievolimento dei focolai di peste del 1625, un quadro del medesimo soggetto opera del caravaggesco Mario Minniti, capolavori che hanno contribuito a diffondere il culto e la devozione della Madonna del Rosario.
Un episodio analogo avvenuto circa 74 anni dopo, grazie al ripristino di un quadro logoro e dismesso sullo stesso tema della consegna del Rosario ai fondatori dell'Ordine domenicano, favorirà l'incremento delle pratiche devozionali rivolte alla Vergine del Rosario nella cittadina di Pompei.
Il ritrovamento reputato miracoloso, fu seguito contestualmente dall'affioramento di una sorgente d'acqua ritenuta dagli effetti taumaturgici. Infatti data da bere agli armenti colpiti da un grave male, straordinariamente ne favorì l'immediata guarigione.
I romiti si radunarono a Tagliavia spontaneamente. Dapprima non ebbero regola né abito e vissero in un paio di stanzette. Fu opera loro la prima chiesetta, oggi adibita a cappella feriale di preghiera e adorazione, soprattutto nel periodo invernale, del santuario.
Epoca borbonica
Anche Ferdinando I di Borbone, dalla sua residenza di caccia della Ficuzza di tanto in tanto si recava nella vicina Tagliavia, avrebbe sperimentato i poteri di quell'acqua: colpito da un male indefinito ad un ginocchio, si dissetò alla fonte e guarì. L'11 ottobre 1811 per riconoscenza alla Vergine, donò ai romiti raccolti attorno al primitivo nucleo, che nel frattempo si stava erigendo, oltre a svariate salme di terreno, concesse un assegno annuo, il diritto a cento carri di legna da ardere ogni anno e numerose altre regalìe.
Inoltre il sovrano formulò la promessa che, se per intercessione della Vergine fosse rientrato in possesso del trono di Napoli, avrebbe assegnato al santuario la parte restante del feudo di Tagliavia. Il sovrano esaudito nel possesso del trono del Regno delle Due Sicilie, mantenne la promessa concedendo le restanti 35 salme, come testimoniato da atto presso notaio Domenico Caruso, saggio di Monreale, approvato dal luogotenente generale dei reali domini dei Borbone, Paolo Ruffo di Bagnara, principe di Castelcicala e duca di Calvello.
Monsignor Gabriele Maria Gravina benedisse la prima pietra del nuovo eremitaggio con chiesa annessa e ben presto con i primi proventi, alle stanzette degli eremiti si aggiunse la primitiva…
Si raggiunge il piano di calpestio del piccolo pianerottolo antistante il portale principale mediante una scala con rampe dallo sviluppo isoscele. Ripartita su due ordini con marcapiano, la facciata è chiusa prospetticamente da due campanili gemelli a base quadrata con cupolini, tra loro raccordati da muretto con croce in ferro battuto centrale.
Realizzata in conci squadrati di pietra arenaria, presenta lesene binate ai lati e una parte centrale, compresa fa lesene sovrapposte, lievemente aggettante che include il portale d'ingresso a livello inferiore, e un finestrone al secondo ordine. Sul lato sinistro è presente il quadrante dell'orologio.
L'elaborato cornicione include al centro un timpano triangolare contenente un altorilievo in marmo. Le celle campanarie presentano quattro aperture e le cupolette un'originale decorazione. I prospetti laterali presentano alti e poderosi contrafforti.
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