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Mura Timoleontee

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Mura Timoleontee
Foto: Wikimedia Commons · CC BY-SA

Le mura timoleontee sono antiche fortificazioni ellenistiche della città di Gela, edificate nel IV secolo a.C. sul promontorio dell'attuale quartiere di Capo Soprano da Timoleonte, il condottiero corinzio da cui prendono il nome.

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La scoperta

Le mura furono scoperte nel febbraio del 1948 da Vincenzo Interlici, un contadino che possedeva un orto in quella zona, allora ricoperta da alte dune sabbiose. Stando ai suoi racconti, egli sognò un tesoro nascosto nel suo terreno e affascinato da tale pensiero si mise subito a scavare finché non vide emergere dei grossi blocchi di pietra squadrata. La scoperta assunse presto una caratura ben più ampia di quella immaginata: venne quindi coinvolta la soprintendenza alle antichità di Agrigento e vari mesi dopo si iniziò a scavare sotto la direzione dell'archeologo Pietro Griffo.
Il sito venne identificato come i resti delle fortificazioni della città ellenistica, ricostruita da Timoleonte nel 339-317 a.C. dopo la distruzione cartaginese del 405 a.C. La scoperta acquistò grande importanza non solo perché all'epoca si sconoscevano gli eventi della storia di Gela successivi al 405 a.C., ma anche per l'eccezionale stato di conservazione delle mura stesse: grazie alle dune di sabbia che le avevano occultate per secoli, la costruzione in arenaria e mattoni crudi è rimasta intatta per circa tre quarti della sua estensione attuale. Di contro, quel quarto delle mura che era rimasto sfortunatamente scoperto dalla sabbia subì la spoliazione in età medievale e oggi ne se conserva solo il tracciato originario.
Durante i lavori di scavo, avvenuti tra il 1948 e il 1954, Vincenzo Interlici continuò a vivere nel sito e ne assunse l'ufficioso ruolo di custode, facendo da cantastorie a tutti i visitatori attratti dalla scoperta. Le sue gesta sono state documentate da giornalisti come Guido Piovene, Enrico Emmanuelli e dal regista Giuseppe Ferrara per Eni.

La tecnica costruttiva

Le mura di Capo Soprano sono costruite in tecnica mista: il basamento è formato inferiormente da due parametri di blocchi di calcarenite di diverse dimensioni, spesso bugnati sulla faccia esterna, con emplekton di pietrame e terra; la sopraelevazione è invece formata da mattoni crudi disposti a corsi regolari, perfettamente isodromi (dimensioni 40×40×15 cm) legati da un sottile strato di argilla e sabbia e forse originariamente intonacati di rosso.
All'inizio della scoperta, per via della diversa gradazione di colore dei mattoni, furono ipotizzate nella loro realizzazione tre fasi costruttive differenti, ma grazie a successive indagini nell'area attorno alle mura è stata invece confermata la datazione della struttura in età Timoleontea come frutto di un progetto unitario. Non sono quindi valide le ipotesi di più fasi costruttive e la differenza di colore dei mattoni è da ricollegarsi semplicemente alla diversa provenienza del materiale costruttivo utilizzato.

Elementi strutturali caratteristici

Con i suoi 360 metri di estensione, le mura timoleontee presentano diversi elementi caratteristici che permettono di capire meglio la loro funzione militare.

Muro a contrafforti

Sul versante sud-est delle mura è presente un particolare muro a contrafforti dalla configurazione a pettine, caratterizzato da una serie di speroni aggiunti trasversalmente alla cortina esterna, a distanze regolari e con evidenti finalità di ulteriore rafforzamento.
Questa struttura non faceva parte del progetto costruttivo di età Timoleontea, ma deve essere stata aggiunta in epoca successiva addossandolo all'estremità orientale della struttura originaria. Privo di fondazioni, esso poggia direttamente sulla duna di sabbia accumulatasi fino a coprire lo zoccolo di elevato delle mura ed è costruito con blocchi di reimpiego. L'epoca di costruzione non è determinabile con maggiore precisione per mancanza di materiale datante.

Postierla ogivale

Lungo il lato meridionale, dietro uno spigolo della cortina muraria che ne celava la vista ai nemici, si apre una postierla ogivale a falso arco acuto. Nel 1995 l'architetto Eugenio Galdieri, esperto del mattone crudo, scoprì all'interno del paramento litico due incavi (10×10 cm per 2 m di lunghezza) destinati all'alloggiamento del paletto ligneo di sicurezza e del chiavistello. L'anta però non fu mai realizzata a causa di impellenti esigenze militari (in particolare i ripetuti assedi di Agatocle nel periodo del 317-309 a.C.) e la postierla, in corso d'opera, venne chiusa con una cortina di mattoni crudi visibile ancora oggi.
In prossimità della postierla è visibile anche un vano quadrangolare, addossato alla risega di fondazione del lato esterno. Quest'ultimo non fa parte della struttura difensiva e si tratta piuttosto di un'abitazione post-classica,…

Interventi di protezione

A causa della particolarità costruttiva del sito, subito dopo la sua scoperta venne costituita una commissione ministeriale presieduta dallo storico Cesare Brandi. La mancanza di conoscenze adeguate sulla tecnica del mattone crudo portò molti studiosi a discutere con difficoltà sul miglior metodo di conservazione del sito, al punto che l'archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli suggerì di ricoprirlo con la sabbia in attesa di soluzioni conservative sicure e coerenti con i materiali antichi. Alla fine la commissione ministeriale decise comunque di procedere alla sua conservazione, affidando l'incarico all'architetto Franco Minissi.

La prima copertura

La proposta di Franco Minissi fu ambiziosa e innovativa: ricoprire la struttura con lastre di cristallo, così da riprodurre la stessa "scatola" protettiva che le dune di sabbia avevano formato nei secoli precedenti. I lavori iniziarono negli anni sessanta: su entrambe le facce della sopraelevazione furono collocate lastre di vetro temperato, fissate alla struttura con perni in lega che l'attraversano tenendola compatta. La parte superiore del muro in mattoni crudi rimaneva scoperta per consentirne la respirazione naturale; quindi, per evitare la pioggia e le infiltrazioni di acqua e vento, l'intero percorso murario fu ulteriormente coperto da una tettoia in ondulex fissata al suolo da tiranti d'acciaio, assicurati a piattaforme interrate.
La realizzazione del progetto ebbe un'eco internazionale, tale da richiamare molteplici studiosi attratti quasi dall'operazione di restauro che dal monumento stesso. Tuttavia l'operazione di Minissi si rivelò presto fallimentare: le lastre in vetro permettevano comunque delle infiltrazioni d'acqua, che si accumulavano tra quelle e i mattoni creando un dannosissimo effetto serra, con…

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