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strage di Portella della Ginestra

Castelli e rovine
strage di Portella della Ginestra
Foto: Wikimedia Commons · CC BY-SA

La strage di Portella della Ginestra fu un eccidio commesso il 1º maggio 1947 in località Portella della Ginestra, nel comune di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano detto anche Turiddu, che sparò contro la folla di contadini riuniti per celebrare la festa dei lavoratori, provocando undici morti e numerosi feriti.

Approfondimento
Storia

Nel 1947, all’apertura del secondo dopoguerra, si tornava a festeggiare il 1º maggio la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista.
Circa duemila i lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, e altri da San Giuseppe Jato e San Cipirello, molti dei quali agricoltori, si erano riuniti a Portella della Ginestra, una località montana del comune di Piana degli Albanesi, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, a pochi km da Palermo, per manifestare contro il latifondismo a favore dell'occupazione delle terre incolte e festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo, l'alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti alle elezioni dell'assemblea regionale siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI-PCI aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 32% circa dei voti) contro i 21 della DC (crollata al 20% circa). La località fu scelta perché alcuni decenni prima vi aveva tenuto alcuni discorsi Nicola Barbato, una delle figure simbolo del socialismo siciliano. In quel periodo le condizioni di vita del popolo erano molto misere e, come poi raccontato da alcuni sopravvissuti alla strage, molti avevano aderito alla manifestazione anche nella speranza di mangiare qualcosa. La manifestazione era incentrata sulla sperata riforma agraria ed era stata preceduta nell'ottobre del 1944 dall'occupazione delle terre incolte che venne legalizzata dal Ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo, che cercava così di sopperire alla povertà diffusa, il quale con alcuni decreti permise l'occupazione dei terreni non utilizzati imponendo una diversa ripartizione dei raccolti che favoriva maggiormente gli agricoltori rispetto ai proprietari a differenza delle…

Le vittime

Queste sono le undici vittime, così come riportate dalla pietra incisa posta sul luogo del massacro:

Margherita Clesceri (minoranza albanese, 37 anni)
Giorgio Cusenza (min. albanese, 42 anni)
Giovanni Megna (min. albanese, 18 anni)
Francesco Vicari (min. albanese, 22 anni)
Vito Allotta (min. albanese, 19 anni)
Serafino Lascari (min. albanese, 14 anni)
Filippo Di Salvo (min. albanese, 48 anni)
Giuseppe Di Maggio (12 anni)
Castrense Intravaia (29 anni)
Giovanni Grifò (12 anni)
Vincenzina La Fata (8 anni)
Rimasero ferite oltre 30 persone, di cui 27 gravi. Alcuni di questi feriti morirono in seguito alle ferite riportate:

Vita Dorangricchia (23 anni)
Serafino Lascari (14 anni)
Giuseppa Parrino
Provvidenza Greco (13 anni)
Vincenza Spina (61 anni)
Vincenzo La Rocca, padre di Cristina, una bambina di 9 anni ferita, che con la figlia sulle spalle si recò a piedi a San Cipirello e morì qualche settimana dopo, stremato dallo sforzo.
Tra i morti del 1º maggio c’è anche il campiere Emanuele Busellini (40 anni), sequestrato ed ucciso dai banditi che l’avevano incontrato lungo la strada mentre fuggivano dal luogo della strage.

Indagini e processi

Le indagini iniziali furono condotte dal maggiore dei carabinieri Alfredo Agrisani e dal dirigente della squadra mobile di Palermo, Salvatore Guarino. Immediatamente dopo la strage furono rastrellate 175 persone per accertamenti e furono infine denunciati come esecutori materiali quattro mafiosi di San Giuseppe Jato (Giuseppe Troia, Salvatore Romano, Elia Marino e Pietro Grigoli), riconosciuti da alcuni testimoni oculari ma tutti prosciolti in istruttoria perché le testimonianze non furono ritenute attendibili. A fine giugno 1947, quattro cacciatori testimoniarono che la mattina del 1º maggio si trovavano sul monte Pelavet, dove furono catturati e tenuti in ostaggio da alcuni banditi per tutta la durata della strage e riconobbero in fotografia che uno di essi era il capo-banda Salvatore Giuliano. A questo punto, la competenza delle indagini passò all'Ispettorato generale di Pubblica Sicurezza per la Sicilia diretto da Ettore Messana e furono condotte dal tenente colonnello dei carabinieri Giacinto Paolantonio insieme ai marescialli Giovanni Lo Bianco, Giuseppe Calandra e Pierino Santucci. L'input decisivo alle indagini fu dato però da tre confidenti del colonnello Paolantonio (i banditi Salvatore Ferreri, detto Fra’ Diavolo, e i fratelli Salvatore e Fedele Pianelli, poi uccisi nel corso di un conflitto a fuoco presso la caserma di Alcamo), che fecero il nome di Francesco Gaglio (detto Reversino) come l’anello debole della banda: infatti, arrestato ed interrogato, Gaglio confermò per primo la responsabilità dei suoi compagni e lo stesso fecero alcuni ragazzi di Montelepre "arruolati" dalla banda per l'occasione ma in seguito numerosi di essi ritrattarono, affermando di essere stati sottoposti a torture, sevizie e maltrattamenti durante gli interrogatori. In un primo…

Ipotesi sui mandanti

Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia. Il 2 maggio 1947 il ministro dell'Interno Mario Scelba intervenne all'Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto.
Già la sentenza di Viterbo del 1952 escluse qualsiasi mandato esterno alla banda Giuliano, indicata come la sola ed unica responsabile della strage in quanto i banditi erano intenzionati a ristabilire la propria autorità in quel territorio compromessa dalla vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali del 20 aprile 1947.

Le presunte responsabilità del ministro Scelba, della DC e dei monarchici
Oltre ai nomi dei presunti mandanti politici rivelati da Pisciotta, nel corso del processo a Viterbo anche altri due banditi parlarono di responsabilità ad altri livelli, senza però fare i nomi: Antonino Terranova (detto Cacaova) e Giovanni Genovese, che parlò della famosa lettera consegnata da Pasquale Sciortino a Giuliano alla vigilia della strage e poi bruciata da lui stesso per eliminare le prove:
Il secondo memoriale di Giuliano e la testimonianza resa da Sciortino al processo d'appello per la strage e poi alla Commissione parlamentare antimafia nel 1970 affermano che il reale argomento della lettera fosse l'espatrio clandestino dello stesso Sciortino negli Stati Uniti, che effettivamente avvenne un paio di mesi dopo la strage: il cognato di Giuliano trovò lavoro a Los Angeles come speaker radiofonico e poi si sarebbe addirittura arruolato per partecipare alla guerra di Corea ma venne scoperto ed estradato in Italia nel 1952.

Secondo quanto riferito al processo da Pisciotta (che poi ritrattò questa dichiarazione), l'autore della lettera…

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