Non è un dialetto dell’italiano: è una lingua romanza con un codice suo (ISO 639-3: scn), oltre quattro milioni di parlanti, una letteratura più antica del fiorentino di Dante e una legge della Regione che ne prescrive l’insegnamento a scuola. È fatta di latino, di greco, di arabo, di francese, di catalano e di spagnolo: ogni popolo che ha governato l’isola ha lasciato le sue parole, e le parole sono rimaste anche quando i re se ne sono andati.
Un dialetto è una varietà di una lingua: il romanesco è italiano parlato a Roma. Il siciliano non è italiano parlato in Sicilia. Viene dal latino per una strada sua, parallela a quella del toscano, e aveva già una grammatica, una fonetica e una poesia scritta quando il fiorentino non era ancora la lingua di nessuno fuori da Firenze. Che poi l’italiano sia diventato la lingua dello Stato e il siciliano no è una vicenda politica, non linguistica: la linguistica lo classifica come lingua a sé del gruppo italo-romanzo meridionale estremo, insieme al calabrese meridionale e al salentino.
Ogni dominazione ha lasciato parole in un campo preciso: dove comandava, lì ha dato i nomi. Leggendo il lessico si legge la storia.
Prima dei Greci l’isola parlava le lingue dei tre popoli che la abitavano: gli Elimi a ovest (Segesta, Erice), i Sicani al centro, i Siculi a est. Di quelle lingue restano poche iscrizioni e soprattutto nomi di luogo; il nome stesso dell’isola viene dai Siculi. È il sostrato più antico: quasi invisibile nel lessico, ma è il terreno su cui tutto il resto si è depositato.
Con Naxos (734 a.C.) e Siracusa (733 a.C.) la Sicilia orientale diventa Magna Grecia. Il greco resta la lingua di gran parte dell’isola per oltre mille anni, anche sotto Roma, e ricompare con forza con Bisanzio. Al siciliano ha lasciato parole della casa, della campagna e degli animali, cioè della vita di tutti i giorni: un segno che il greco qui non era la lingua dei dotti ma quella del popolo.
Dopo la prima guerra punica la Sicilia è la prima provincia di Roma. Il latino dei soldati, dei coloni e dei mercanti si posa sopra il greco e diventa, secoli dopo, l’ossatura del siciliano: la grammatica, i verbi, i numeri, i nomi delle cose. Il siciliano non deriva dall’italiano: deriva dal latino, come l’italiano, lo spagnolo e il francese. Sono lingue sorelle, non madre e figlia. Alcune parole latine sono rimaste in siciliano e sono sparite altrove.
Con Giustiniano l’isola torna all’impero d’Oriente e il greco torna lingua di governo e di chiesa. Per tre secoli Sicilia orientale e Val Demone restano in gran parte grecofone: è per questo che molte parole greche del siciliano non sono antiche di duemila anni ma di mille, entrate in età bizantina, e che i Normanni troveranno ancora monasteri e villaggi che parlano greco.
Sbarcati a Mazara nell’827, gli Aghlabidi prendono Palermo nell’831 e ne fanno una delle grandi città del Mediterraneo. Con loro arrivano gli agrumi, la canna da zucchero, il gelso, il cotone, il riso, i sistemi d’irrigazione. Le parole arabe del siciliano sono esattamente queste: acqua, campi, misure, cibo, casa. E la carta dell’isola è piena di nomi arabi: Marsala (marsā ʿAlī, “porto di Alì”), Caltanissetta, Calatafimi e Caltagirone (qalʿa, “castello”), Misilmeri (manzil al-amīr, “sosta dell’emiro”), Racalmuto e Regalbuto (raḥl, “casale”), Gibellina e Mongibello (jabal, “monte”), Alcantara (al-qanṭara, “il ponte”), Favara (fawwāra, “sorgente”).
Ruggero d’Altavilla entra a Messina nel 1061 e a Palermo nel 1072; nel 1130 Ruggero II è re di Sicilia. Alla corte si parla francese antico e normanno, nelle cancellerie latino, greco e arabo insieme. È il momento in cui la Sicilia torna latina: i Normanni portano coloni dall’Italia del nord, e i loro paesi parlano ancora oggi dialetti gallo-italici (Piazza Armerina, Nicosia, Sperlinga, San Fratello, Aidone, Novara di Sicilia). Il francese lascia al siciliano i verbi del lavoro e del commercio e i nomi dei mestieri; a Palermo la Vucciria è la boucherie, il macello.
Alla corte di Federico II, tra il 1230 e il 1266, un gruppo di notai e funzionari scrive poesie d’amore in siciliano: è la Scuola siciliana, la prima poesia lirica in una lingua d’Italia. Giacomo da Lentini inventa il sonetto; Cielo d’Alcamo scrive “Rosa fresca aulentissima”. Un secolo dopo Dante, nel De vulgari eloquentia, osserva che tutto ciò che gli italiani scrivevano in versi veniva chiamato “siciliano”. I toscani copiarono quei testi e li adattarono alla loro lingua: per questo l’italiano ha parole come “core” e “amore” con la vocale che il siciliano avrebbe dato in altro modo. Il siciliano ha avuto una letteratura scritta prima del fiorentino di Dante.
Con i Vespri del 1282 la Sicilia caccia gli Angioini e chiama Pietro d’Aragona. Per più di due secoli la corona è aragonese e la lingua degli affari e dell’amministrazione è il catalano: da qui i verbi dei sentimenti e dei gesti quotidiani che il siciliano condivide con Barcellona e Valencia e che l’italiano non ha.
Con Carlo V la Sicilia è un viceregno spagnolo per due secoli. Il castigliano è la lingua del potere e dell’aristocrazia, e lascia nel siciliano parole della casa, delle emozioni e del parlare di tutti i giorni, insieme a un gusto per la cerimonia che si sente ancora nei saluti.
Dopo Savoia e Austria, dal 1734 i Borboni e il Regno delle Due Sicilie; nel 1860 Garibaldi, nel 1861 l’Italia. Da allora la scuola, l’esercito, la radio e la televisione portano l’italiano in ogni casa, e il siciliano da lingua di tutti diventa lingua della famiglia e del paese. Oggi lo parlano oltre quattro milioni di persone, quasi tutte bilingui; l’UNESCO lo elenca fra le lingue “vulnerabili”, cioè vive ma da proteggere.
Giacomo da Lentini, Pier della Vigna, Guido delle Colonne, Cielo d’Alcamo: alla corte di Federico II nasce il sonetto e la prima lirica in una lingua d’Italia.
Il poeta di Monreale, amico di Cervantes (furono prigionieri insieme ad Algeri): la sua “Celia” è il canzoniere siciliano del Cinquecento.
Abate, medico e poeta palermitano: la “Buccolica” e le favole morali sono il classico della lingua, letto e cantato per due secoli.
Il catanese che scrisse in siciliano la satira più libera e sboccata del Settecento.
Il teatro in siciliano: le sue commedie e il giornale “D’Artagnan” fecero del siciliano una lingua di scena, con Angelo Musco e poi Pirandello.
Il poeta di Bagheria: “Un populu / mittitilu a catina / spugghiatilu / attuppatici a vucca / è ancora libiru… / un populu / diventa poviru e servu / quannu ci arrobbanu a lingua”.
Il “vigatese” del commissario Montalbano ha portato il siciliano, mescolato all’italiano, in milioni di case e in trenta lingue.
Con queste, chi ti parla capisce che hai voluto imparare. Pronuncia ogni vocale e non avere fretta.
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Fonti: Vocabolario Siciliano (CSFLS, Piccitto–Tropea–Trovato); G. Ruffino, Sicilia (Laterza); A. Varvaro, Lingua e storia in Sicilia; Dante, De vulgari eloquentia I, xii; UNESCO Atlas; Ethnologue; L.R. 9/2011. Le etimologie segnate “forse” sono discusse fra gli studiosi.