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La chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, sede della parrocchia di San Nicolò dei Greci e nota come Martorana, è ubicata nel centro storico di Palermo. Adiacente alla chiesa di San Cataldo, si affaccia sulla piazza Bellini ove affianca il Teatro omonimo e fronteggia la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria ed il prospetto posteriore del Palazzo Pretorio.
Come dimostrato da un diploma greco-arabo del 1143, da un'iscrizione greca all'esterno della facciata meridionale e dalla stessa raffigurazione musiva di dedicazione, la chiesa fu fondata nel 1143 per volere di Giorgio d'Antiochia, grande ammiraglio siriaco di fede cattolica bizantina al servizio del re normanno Ruggero II dal 1108 al 1151. Costruita da artisti secondo lo stile siculo-normanno , si trovava nei pressi del vicino monastero benedettino, fondato dalla nobildonna Eloisa Martorana nel 1194, motivo per il quale diventò nota successivamente come "Santa Maria dell'Ammiraglio" o della "Martorana" (precedentemente Giorgio l'Antiocheno fece edificare anche il possente "Ponte dell'Ammiraglio" sul fiume Oreto, noto anche per una battaglia dei garibaldini). All'edificio sacro, che nel corso dei secoli è stato più volte restaurato, si accede dal campanile: una costruzione a pianta quadrata del XII secolo, aperta in basso da arcate a colonne angolari e con tre ordini di grandi bifore.
La chiesa possiede una pianta a croce latina, con il nartece e l'atrio. Un portale assiale (ancora esistente) da sull'atrio. Al di là del nartece, gli archi a sesto acuto e i pennacchi della cupola. Nel 1193 le case attorno vengono adibite a monastero per le donne e la chiesa verrà poi ad esso inglobata.
Con sede vescovile vacante, il 5 febbraio 1257 l'altare maggiore fu consacrato dal vescovo di Siracusa Matteo de Magistro di Palermo.. Nel 1194 c. fu fondato il monastero attiguo, patrocinato dai coniugi Goffredo e Luisa Martorana, da cui prenderà successivamente il nome.. Il 7 dicembre 1433, col privilegio concesso da Alfonso V d'Aragona e confermato da Papa Eugenio IV, la chiesa dell'Ammiraglio è assegnata al monastero adiacente. Essendo l'edificio compreso nel recinto della clausura,…
Le celebrazioni liturgiche, le cerimonie nuziali, il battesimo e le festività religiose della parrocchia di San Nicolò dei Greci seguono il calendario bizantino e la tradizione albanese delle comunità dell'Eparchia di Piana degli Albanesi.
Le lingue liturgiche utilizzate sono il greco antico (come di tradizione, che nacque per unificare sotto un'unica lingua di comprensione tutti i popoli della chiesa d'Oriente) o l'albanese (la lingua madre della comunità parrocchiale). Non è raro qui sentire parlare abitualmente i papàdhes e i fedeli in lingua albanese, la lingua, infatti, è il principale elemento che li identifica in una specifica appartenenza etnica. Qualche fanciulla di Piana degli Albanesi si sposa indossando ancora il ricco abito nuziale della tradizione albanese e la cerimonia del matrimonio (martesa) conserva tutti gli elementi della tradizione orientale.
Una festa particolare per la popolazione arbëreshe è la Teofania o Benedizione delle acque il 6 gennaio (Ujët e pagëzuam); la festa più importante è la Pasqua (Pashkët), con il riti orientali di forte spiritualità della Settimana Santa (Java e Madhe) e il canto del Christos anesti-Krishti u ngjall (Cristo è risorto). Il 6 dicembre ricorre la festa di San Nicola di Mira (Dita e Shën Kollit).
Entrati nel primo corpo della costruzione - rifacimento settecentesco con volte affrescate da Olivio Sozzi, Antonio Grano e Guglielmo Borremans - due decorazioni musive sul fronte del corpo originario raffigurano uno Ruggero II vestito da imperatore bizantino e incoronato re per mano di Gesù Cristo, la scritta in caratteri greci sopra Ruggero dice "Rogerios rex" usando il termine latino, scritto in lingua greca; l'altro la dedicazione della chiesa alla Vergine da parte dell'ammiraglio d'oriente Giorgio d'Antiochia, quest'ultimo rappresentato in umile atto di prostrazione dinanzi alla Madonna.
Sulla parete occidentale dello stesso locale è murata una lapide che ricorda l'eroe nazionale degli albanesi, Giorgio Castriota Scanderbeg, posta nel 1968 in onore del suo cinquecentesimo anno dalla sua scomparsa e con l'incisione dell'aquila bicipite costantinopolitana, simbolo dell'Albania. Ai lati icone bizantine della committenza arbëreshe abbelliscono la chiesa. Superato l'ambiente suddetto, si giunge nella chiesa medievale, il nucleo originale. Qui la parte superiore delle pareti e la cupola, al sommo della quale si erge l'immagine del Cristo in trono, immagine arcaizzante e di stampo occidentale, sono interamente rivestite da decorazioni musive bizantine di grande importanza, in connessione con quelle riguardanti Dafne nell'Attica. Il grandioso ciclo di mosaici bizantini della chiesa è il più antico di Sicilia. I mosaici della cupola rappresentano al centro il Cristo, scendendo successivamente i quattro arcangeli (tre originali più uno apocrifo) e i patriarchi, mentre nelle nicchie sono ospitati i quattro evangelisti e infine, nelle volte, i rimanenti apostoli.
La chiesa è fornita di un'antica iconostasi in marmi mischi, in cui, essendo priva di icone, i papàdes albanesi…
Cappella del Rosario, lato epistola. Nelle adiacenze il mosaico Dedicazione della chiesa alla Vergine.
Cappella di San Simone e Giuda, lato vangelo. Nelle adiacenze il mosaico dell'Incoronazione di Ruggero II.
Ascensione, dipinto, XVI secolo, opera documentata sull'altare maggiore del cappellone di Vincenzo degli Azani.
Monastero
La fondazione del monastero dell'Ordine benedettino è posteriore alla chiesa (1194). In ordine cronologico è la terza istituzione dopo il monastero basiliano del Santissimo Salvatore e il monastero di Santa Maria del Cancelliere.
Influenza culturale
Nel 1535 Carlo V visitò Palermo dopo la conquista di Tunisi. Nel giardino della chiesa vi erano alberi di aranci, ma a settembre inoltrato non erano ancora maturati i frutti. Le monache benedettine, per ovviare all'inconveniente e mostrare un giardino rigoglioso e ben curato, confezionarono delle arance di pasta di mandorle, le colorarono e le appesero ai rami, conferendo al giardino un effetto più eloquente e ammirevole, aspetto tipico del raccolto imminente. Nacquero così i "frutti di martorana". Il convento aveva preso nome di Martorana dalla sua fondatrice, la nobildonna Eloisa Martorana. Da qui l'espressione "frutta di Martorana".
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